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Laura Onofri

Latte di serpe

Latte di serpe

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Il tempo trascorreva senza scossoni. Nunzia, creatura speciale, vissute le passate esperienze in uno strambo miscuglio di innocenza e fisicità esasperata, aveva compreso che la nota dominante della sua vita era una sorta di pionierismo esistenziale che la spingeva a lasciare che gli eventi accadessero. Il padre, Giuliano si era maritato giovane. Ingannato dagli occhi lucidi della femmina che gli sarebbe andata in sposa, la notte smaniava nel letto, vergine e bisognoso di crescere. Lei sognava il velo da sposa e i figli che sarebbero venuti. La notte delle nozze, Giuliano se la vide comparire dinanzi coperta fino al collo da una camicia di cotone bianco immacolato. Pochi bottoncini a segnalare il varco d’ingresso alla parte superiore del torace. L’orlo, lungo oltre i piedi, sembrava voler dire di qui non si passa. Si coricarono in silenzio. Ermelinda tremava come una pecora al macello e come se poi, a cose fatte, la pecora, lui, l’avesse ferita, mentre lasciava il letto per andare a chiudersi in bagno, la chiazza rossa del sangue che spiccava sul candore di quella specie di sudario indossato dalla donna, denunciò la violenza di cui l’aveva fatta oggetto. Passarono gli anni, vennero i figli e il peso di un legame senza passione né amore. Ah, come respirava, quella sera, sapendo che non c’era la moglie a casa ad attenderlo, sempre con un’aria di rimprovero. Rimprovero di essere entrato nella sua vita, di non guadagnare abbastanza da concedere a lei un po’ di aiuto nelle faccende, un po’ di respiro dalla fatica. Rimprovero di averla usata, di non aver saputo lacerare con sapienza il velo che la separava dal piacere e dall’amore carnale. Giuliano era entrato in un bar, dopo il lavoro, per godersi il gusto di un poco di tempo rubato per sé. Accadeva così di rado, che quasi festeggiò, bevendo qualche bicchiere di vino prima di rincasare. L’ultimo bicchiere lasciò un’impronta fatale nella vita di Annunziata, poiché oscurò nel padre ogni barlume di coscienza.

Annunziata, sola in casa, pensò di coricarsi presto. Distesa sul letto da tempo, semiaddormentata, percepì appena il rumore della chiave che girava nella serratura della porta d’ingresso e la sua mente non registrò la stranezza del fatto che non venissero accese luci nelle stanze. Poiché il primo contatto che la avvolse fu quello di un fiato caldo sulla nuca, lo associò al fratello: non sapeva che molti uomini amano penetrare nei corpi delle donne attraverso un alitare invadente. Liberò la mano dalla stretta delle gambe - si addormentava sempre in quella posizione raccolta - e la sollevò con l’indolenza impressa al gesto dal sonno che la stava vincendo, finché urtò contro un volto che rifiutò di riconoscere. Non volle o non poté sondare oltre i confini della differenza fra la pelle liscia e fresca del fratello e quella più spessa e indurita del volto che premeva contro i capelli. Sentiva un vortice d’aria sul collo, alla base della nuca, nel punto in cui narici annusavano ogni odore. Rimase muta, stordita e preda del calore di quelle carni nude solo per metà. Regina di Babilonia, specchio d’ogni inferno e paradiso, partecipò della colpa. Il padre si rivalse della vergogna e della passività impostegli dagli sfoghi a pagamento. Comandava con voce strozzata. Tutti comandavano in casa e lei, più degli altri, ubbidiva. Dunque accettò, credendo di comprendere, finalmente, il senso dell’educazione da caserma che le avevano imposta. Tacere e ubbidire. Fu docile soldatessa finché le braccia di Morfeo, pietosamente, la avvolsero, velandole la coscienza prima che l’andirivieni sul suo corpo cessasse di scuoterla. Giuliano strisciò fino alla propria camera, reso ottuso dallo sfinimento e confuso dalla mancata reazione di difesa della figlia. Si consolidò in lui il pensiero di un diritto antico. Lo Stato si fonda sulla famiglia? Vero quant’era, dunque in famiglia, tutto si aveva a compiere.

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