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Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13
Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 13
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Nell'istante in cui il Savonarola, abbandonato dal favore popolare, vedeva cambiarsi in accuse contro di lui quelle rivelazioni con cui aveva in Firenze pasciuti i suoi seguaci, pareva che la più importante sua profezia avesse adesso compimento. Aveva predetto a Carlo VIII che Dio lo aveva scelto per liberare l'Italia dai suoi tiranni e per riformare [4] la Chiesa; dopo ciò mai non aveva lasciato di rimproverargli a nome del cielo irritato la lentezza sua nell'esecuzione di questa grand'opera, e di minacciargli un esemplare gastigo. Il Savonarola aveva cercato di far risguardare come principio di tale gastigo la successiva morte di due delfini, che Carlo VIII perdette in tenera età; ma un nuovo gastigo, diceva egli, minacciava tuttavia il monarca abbandonato in preda ai piaceri, e nello stesso giorno in cui doveva fare sulla piazza di Firenze la terribile prova della sua dottrina, mandando il suo discepolo, Domenico Buonvicini, in mezzo alle fiamme, il 7 aprile del 1498, vigilia della domenica delle Palme, Carlo VIII fu colpito da apoplessia nel suo palazzo d'Amboise, e non si potendo trasportare fuori della galleria in cui allora si trovava, passaggio lordo d'immondezze ed il più indecente luogo di quel palazzo, dice il Comines, fu steso sopra un letto di paglia, ove morì entro nove ore[1].
Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans il più [5] vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e l'inapplicazione[2].
Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato [6] di far valere i diritti sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto privarlo d'ogni [7] speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans, allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le forze d'una potente monarchia[3].
Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima, doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate conquiste.
[8] La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad eccitare un nuovo incendio,
Carlo VIII non lasciava figli, e la sua corona passava al duca d'Orleans il più [5] vicino principe del sangue. Era questi nato a Blois, il 27 di giugno del 1462; era figlio di Carlo, nipote di Lodovico, lo sposo di Valentina Visconti e pronipote di Carlo V. Questo principe quantunque genero di Lodovico XI, ed il più prossimo erede del trono aveva passati i suoi giorni fra le sciagure; si era più volte fatto capo dei partiti malcontenti della Francia, aveva a vicenda sofferti i mali della prigionia e dell'esilio, ed aveva dalla fortuna avuta la sola educazione, che possa far conoscere ai re la condizione degli altri uomini. Era giunto ai trentasei anni quando salì sul trono sotto il nome di Lodovico XII, e sebbene non fosse provveduto di una mente assai vasta e capace di lunga applicazione, sebbene avesse manifestata la propria debolezza col continuato bisogno di un favorito; non pertanto ispirava agli stati limitrofi maggiore considerazione e timore assai che non Carlo VIII, di cui ne avevano conosciuta l'instabilità e l'inapplicazione[2].
Ma più che a tutt'altri, salendo sul trono Lodovico XII, poteva incutere timore agl'Italiani. Egli aveva sempre cercato [6] di far valere i diritti sul ducato di Miliano di sua ava, Valentina Visconti. Affinchè questi pretesi diritti fossero valutabili sarebbe stato necessario che la sovranità di Milano stata fosse uno stato necessariamente ereditario di padre in figli, e non già una signoria italiana, nella quale il diritto del principe non aveva verun altro fondamento fuorchè il presunto assenso del popolo; sarebbe stato inoltre necessario che questa eredità potesse cadere in una femmina, lo che non era meno contrario al diritto pubblico francese che all'italiano. Carlo, duca d'Orleans, padre di Lodovico XII, ora prigioniero de' francesi, ora capo di parte nelle guerre civili della Francia, non aveva potuto fare colle armi esperienza de' suoi diritti, ed era morto lasciando suo figliuolo in età di tre anni. Intanto Lodovico XI si era collegato cogli Sforza; Carlo VIII aveva conservata la medesima alleanza, e lungi dall'appoggiare le pretese di suo cugino sul ducato di Milano, allorchè fece l'impresa d'Italia, aveva più che in tutt'altro riposte le sue speranze nell'ajuto di Lodovico il Moro, figliuolo di Francesco Sforza. Dopo avere sperimentata la mala fede di questo principe, non aveva pure valuto privarlo d'ogni [7] speranza di riconciliazione, mentre nello stesso tempo si era invece dato a conoscere diffidente e geloso del duca d'Orleans, allorchè questi, dimorando in Asti, aveva minacciato d'invadere il Milanese. Ma montando sul trono Lodovico XII, non tardò a manifestare l'intenzione di far valere le pretese che non gli si era permesso per tanto tempo di mandare ad effetto. Al titolo di re di Francia aggiunse quelli di duca di Milano e di re delle due Sicilie e di Gerusalemme, e non dissimulò le sue intenzioni di sostenere questi titoli con tutte le forze d'una potente monarchia[3].
Era di que' tempi l'Italia da tante passioni agitata, che questa seconda invasione de' Francesi, la quale, dopo i mali prodotti dalla prima, doveva essere da tutti temuta, nutriva per lo contrario le speranze di molti potenti stati; di modo che prima d'intraprenderla Lodovico XII trovò il mezzo di variare il sistema delle alleanze del suo predecessore, e di guadagnarsi utili cooperatori per le meditate conquiste.
[8] La guerra di Pisa rimasta accesa, come una fiaccola destinata ad eccitare un nuovo incendio,
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